| Il Sole-24 Ore - 18 gennaio 2004
C E N T ’ A N N I D I A V I A Z I O N E
Riedito un libro di Orville Wright sull’invenzione del primo aeroplano
Sulle ali dei fratelli volanti
di Roberto Coaloa
L’inizio del Novecento fu l’era dei pionieri del volo, che si contesero la
corsa al primato: il sogno di volare con un mezzo a motore stava per
diventare realtà. La domanda era: chi sarebbe stato il primo? Il 17 dicembre
1903, i fratelli americani Wilbur e Orville Wright mandarono in visibilio il
loro piccolo pubblico a Kill Devil Hills, nei pressi di Kitty Hawk nel Nord
Carolina. Erano le 10.35 del mattino, quando Orville Wright guidò il primo
volo a motore. I primi aerei costruiti dai fratelli Wright necessitavano
d’aiuti esterni: dovevano scivolare su una lunga e levigata rotaia di legno,
dove scorreva un piccolo carrello a due ruote. Tre anni dopo, questi
accorgimenti scomparirono: il 12 novembre 1906, il brasiliano Alberto Santos
Dumont compì il primo gran volo dell’aviazione moderna. L’aeroplano sorvolò
Bagattelle, un campo vicino al Bois de Boulogne di Parigi. Santos Dumont
utilizzò un mezzo di sua costruzione, dotato di un motore «Antoinette » di
25 cavalli, contro i 12 dell’aeroplano americano.
Il brasiliano volò per 226 metri a un’altezza di 15. Nel loro primo
tentativo i fratelli Wright fecero quattro voli; l’ultimo, eseguito da
Wilbur, fece librare in aria il «Flyer» per 59 secondi, lontano dal suolo
per 260 m, a un’altezza di 3-4 m; Santos Dumont, per una distanza quasi
analoga, utilizzò solo 21 secondi. I fratelli Wright si presero la loro
rivincita proprio in Francia. Nel tardo pomeriggio di domenica 8 agosto
1908, su una pista a Hunaudières, alle porte di Le Mans, Wilbur Wright si
sistemò con nonchalance ai comandi del «Flyer Type A». Wilbur era vestito
elegantemente di grigio con un alto colletto rigido e un berretto da golf;
si stava preparando al suo primo volo nel Vecchio Mondo, per fissare negli
occhi degli europei l’immagine dei fratelli Wright, come i primi uomini al
mondo a volare con un mezzo «più pesante dell’aria» azionato da un motore.
L’impresa riuscì così bene, che oltre a sembrare un miracolo fu anche
imbarazzante: il traguardo che tanti scienziati e ingegneri di professione,
insieme a ricchi appassionati, non seppero raggiungere, era stato
conquistato da due fratelli che vendevano biciclette in un negozio di
Dayton, nell’Ohio.
Il libro d’Orville Wright, magnificamente curato da Roberto Ciuffoletti
(autore di un’ampia introduzione e di una "sottile" conclusione), ci spiega
come fu possibile quel "miracolo". Lo scritto di Orville, How we invented
the airplane (uscito nel 1953 con l’ausilio di Fred C. Kelly e stampato a
New York da David Mckay), è ora proposto al pubblico italiano con alcune
lettere dei fratelli Wright, che rivelano, ad esempio, come Wilbur,
considerato un uomo dal temperamento austero e riservato, avesse, invece, un
forte senso dell’umorismo e un’intelligenza acuta. Ciuffoletti ha inserito
anche una scelta d’articoli della stampa italiana, scritti in occasione dei
voli di Wilbur Wright in Europa.
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