| Letture
- gennaio 2009
Arriva anche in Italia l’epopea turca
Di sicuro loro, i valorosi cavalieri Ogÿuz, non si sarebbero lasciati fermare da così poco. Avrebbero rinsaldato il mantello, spronato il destriero e sarebbero arrivati a destinazione. Altra tempra rispetto ai pur inflessibili redattori di Letture che ai primi di gennaio, imbiancati dalla neve e appiedati dai disagi, hanno dovuto rinunciare all’abituale riunione da cui prende corpo la riflessione sul "Libro del mese". Che sarebbe dovuto essere – ed è – Il libro di Dede Korkut, prima versione italiana integrale dell’epopea nazionale turca, realizzata da Aquilegia Edizioni in collaborazione con l’associazione culturale Micron di Vigevano.
Un’occasione per parlare di epica, oltre che di scontri e incontri di civiltà. Ma anche un ottimo spunto per ripercorrere il lavoro di una casa editrice piccola e raffinata.
Doppia opportunità da non perdere, dunque, se non altro perché il comitato scientifico della rivista non ha rinunciato a dire la sua, magari via e-mail, come nel caso del sempre puntuale Aldo Giobbio. E poi perché basta una telefonata per raggiungere gli amici di Aquilegia e fare il punto su quello che è accaduto in questi otto anni abbondanti (la cooperativa che sta alla base dell’intrapresa nacque nel maggio del 2000). I primi soci fondatori, Maria Tiziana Mayer e Stefano Fumagalli, oggi sono sposati.
Laureati in filosofia entrambi, entrambi insegnanti nei licei, gestiscono con disinvoltura e competenza un impressionante repertorio linguistico, in cui trovano spazio l’ebraico, l’aramaico, il siriaco e il russo. Uno dei primi titoli di Aquilegia, del resto, fu proprio la traduzione ex novo de L’uomo, capolavoro del simbolista russo Viaceslav Ivanov. Il volume era curato da una giovanissima Mayer e ben riassumeva lo spirito della neonata casa editrice. «Oggi come allora», spiega l’interessata, «ci spinge il desiderio di proporre testi rari o poco conosciuti di carattere teologico e filosofico. Il nostro obiettivo rimane quello di indagare le fondamenta del cristianesimo, in una prospettiva di dialogo con le altre religioni monoteiste».
Ambiziosa nei contenuti, Aquilegia è rimasta invece spartana nella sua struttura operativa. Pochi titoli in catalogo (circa venticinque), realizzati con cura crescente a dispetto di una strumentazione che rimane essenziale. Per quanto bizzarro possa apparire, una casa editrice come questa è la dimostrazione di come la rivoluzione tecnologica degli anni Novanta abbia davvero rimescolato le carte della comunicazione culturale. E il tutto senza che Aquilegia abbia mai avvertito la tentazione di trasformarsi in realtà esclusivamente on line (ma il sito www.aquilegiaedizioni.com merita una visita).
Da subito attenta alla tradizione della spiritualità islamica, a poco più di un anno dalla nascita Aquilegia si è trovata a fare i conti con la tempesta scatenata dagli attentati dell’11 settembre. Lo fa a modo suo, aderendo ai testi prima ancora di prendere posizione. Studiare, studiare molto. E ritornare all’origine, avvicinarsi il più possibile alla radice dei problemi.
Nei mesi scorsi, per esempio, è apparso Dinamite dello spirito, pamphlet del saggista tedesco-iraniano Navid Kermani che propone una riflessione controcorrente sui legami tra islamismo radicale e nichilismo.
Ma un contributo illuminante è venuto dallo stesso Stefano Fumagalli, che ne L’emiro e il patriarca ha fornito la traduzione – ampiamente commentata – di uno dei primi testi della controversia cristiano-musulmana. Si tratta della lettera, vergata in siriaco nel VII secolo, in cui il patriarca giacobita Giovanni III riferisce della sua conversazione con l’emiro dei Maghraye, i "migranti", primitivo appellativo dei seguaci di Maometto. Argomento del contendere l’unicità dell’Ingil, il Vangelo. Se una sola è la Parola di Dio, infatti, perché i cristiani ne accettano quattro differenti versioni?
Assai meno sofisticato sul versante dottrinale, anche Il libro di Dede Korkut conduce il lettore in un territorio per molti aspetti analogo. A parlare, in questo caso, è l’aedo Korkut (l’appellativo Dede sta per "nonno", e cioè "anziano, saggio", con evidenti richiami ad ancestrali credenze sciamaniche), cantore e nello stesso tempo coprotagonista dei dodici racconti che compongono questa epopea risalente, in termini di redazione scritta, ai decenni fra XIV e XV secolo.
La scena è interamente occupata dalle gesta dei già ricordati Ogÿuz, l’insieme di clan anatolici da cui discenderanno poi Selgiuchidi e Ottomani. Secondo Giobbio, siamo in una temperie epica più vicina all’Eneide che non all’Iliade, anche se in effetti i paragoni più immediati sembrano riguardare piuttosto l’Odissea: c’è un mostruoso pastore monocolo, che però qui si chiama Tepegöz anziché Polifemo (non importa, perché finirà ugualmente accecato e ingannato con il trucco del gregge in fuga...), c’è un eroe che torna in patria non riconosciuto e riscatta la sposa riuscendo a flettere il proprio arco, e ci sono tanti altri rimandi ai miti greci, non ultimo quello di Alcesti e Admeto, modello perfetto dell’amore coniugale.
Nel suo attento commento il curatore del volume, Fabio Salomoni, fa notare come gli stessi esperti non siano affatto concordi nel valutare queste affinità. La tardiva narrazione del Dede Korkut potrebbe attingere a materiali classici, è vero, ma non è escluso che ci si trovi di fronte al riaffiorare di un insieme di leggende ancora più antiche, condivise dai popoli dell’area mediterranea. Fatto sta, come sottolinea ancora una volta Giobbio, che con tutto il loro mulinare di sciabole e il loro sfoggio di virile valentia, gli Ogÿuz finiscono per rivelarsi assai più rispettosi dei valori culturali di quanto ci si potrebbe aspettare.
Diverso il discorso per il rapporto con i deprecati Rum, che sarebbero poi i cristiani soggetti all’Impero bizantino, a sua volta erede dell’antica Roma (da qui il nome).
Per loro il Dede Korkut non ha che parole di disprezzo, li presenta come infidi, spioni, traditori e miscredenti... Non è che, in questo modo, si rafforzano vecchi pregiudizi?
«Il pregiudizio presuppone la non conoscenza», risponde Maria Tiziana Mayer, «proponendo questo libro noi invece invitiamo a conoscere, a cercare di capire. Dopo di che ciascuno può formulare il suo giudizio. Ci tengo soltanto a dire che, così come la nostra non è un’impostazione di tipo esoterico, non è neppure di carattere irenistico. Sappiamo che il confronto fra le religioni può essere difficile e avere momenti di durezza, ma non per questo vogliamo rinunciare».
Prova ne è il fatto che la Mayer stessa è attualmente impegnata nel proseguire la traduzione del commento alla Genesi del cabalista medievale italiano Menahem da Recanati (la prima parte è apparsa nel 2005). E uno dei prossimi titoli di Aquilegia – da inserire nella neonata collana "Il sicomoro", diretta da Luigi M. Lombardi Satriani – sarà Attraversare confini, ricostruire apparenze di Rosa Parisi. Si parlerà di coppie italo-marocchine, vale a dire del modo in cui quello che sembrava lontano è ormai diventato vicino, vicinissimo. Sembra storia, invece è già cronaca.
(Alessandro Zaccuri)
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