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Avvenire - 10 gennaio 2009

Dede Korkut, l'Omero della Turchia ancestrale

L'eroe torna in patria sotto mentite spoglie e trova usurpatori che insidiano il suo buon diritto. C'è una gara per convincere la sua sposa alle nozze e c'è un arco portentoso "il suo arco" che nessuno riesce neppure a sollevare. L'eroe impugna l'arma, scocca la freccia, si prepara a essere riconosciuto. Facile, direte. Ulisse, Itaca, Penelope e i Proci. Il protagonista di questa storia, invece, si chiama Bambsi Byrek ed è uno dei personaggi che affollano Il libro di Dede Korkut, l'epopea turca messa per iscritto tra XIV e XV secolo. Byrek, oltretutto, è in buona compagnia, perché nei dodici racconti che compongono la narrazione (tecnicamente si tratta di un prosimetro: lunghi brani in prosa intervallati da scambi di battute in versi) si incontra anche un energumeno dotato di un solo occhio, Tepegöz, che si ciba di carne umana, viene accecato da un prode e, infine, ingannato con il trucco del gregge di pecore. Proprio come, nell'Odissea, capita al povero Polifemo. E ci si imbatte anche in Deli Dumrul e nella sua fedelissima moglie, che accetterebbe di morire al posto del marito pur di placare l'ira degli dèi. I quali, per questa manifestazione d'amore coniugale, donano alla coppia un'esistenza lunga e felice. Alcesti, certo, che con la sua dedizione salva la vita ad Admeto. Sono le tracce più vistose di quella che si potrebbe considerare una sorta di questione omerica al contrario, dato che fra gli studiosi come osserva Fabio Salomoni, traduttore e curatore di quest'opera che già negli anni Cinquanta aveva conosciuto una parziale versione italiana non c'è accordo sulla genesi di coincidenze tanto sorprendenti. Potrebbe essere che il Dede Korkut rielabori materiali della tradizione classica, ma non è escluso che l'aedo turco e i poeti greci attingano a un medesimo, preesistente bacino di leggende. In modo analogo, del resto, all'originario sostrato ancestrale di credenze sciamaniche si sovrappone una fin troppo esibita professione di ortodossia islamica, che finisce per sottolineare ancora più marcatamente i differenti livelli di sedimentazione. Al di là delle dispute filologiche (alle quali accenna con competenza, in sede di introduzione, anche il turcologo Giampiero Bellingeri), per il lettore italiano l'incontro con il Dede Korkut costituisce una bella lezione di complessità. D'accordo, gli Ogu celebrati in queste pagine non sono i turchi di oggi, bensì alteri guerrieri nomadi che abitano tende sontuose, praticano saccheggi rituali e traggono vanto dall'abilità nel mulinare la spada. Eppure mette una certa inquietudine la meccanica rappresentazione del nemico 'infedele', che è poi il Rum, cioè il cristiano ('romano', in quanto Bisanzio è erede dell'impero dei Cesari), sempre ritratto come spione, infingardo e, di conseguenza, immeritevole di rispetto. Insomma, forse Samuel Huntington non aveva del tutto ragione quando prefigurava un inevitabile scontro di civiltà prossimo venturo, però passato e presente in qualche misura si assomigliano, come Tepegöz assomiglia a Polifemo. La pubblicazione integrale di questo testo importante e misconosciuto si deve del resto a una piccola casa editrice lombarda, Aquilegia per l'occasione consociata con l'associazione culturale Micron di Vigevano, che da alcuni anni indaga con intelligenza il confine tra Europa e Vicino Oriente. È proprio da quelle parti che il Dede (ossia 'nonno', nel senso di 'saggio') Korkut ha levato per la prima volta il suo canto, presentandosi come autore e nello stesso tempo personaggio di un'epica ancora tutta da scoprire. Ecco la prima traduzione integrale dell'epopea, redatta nel XIV-XV secolo ma erede di una lunga tradizione orale, dove si mescolano spunti originali e sorprendenti affinità con i miti classici.
(Alessandro Zaccuri)